7 . Il GRUPPO ed il cambiamento. Cosa succede in un gruppo?
Cesare De Monti
La definizione del gruppo
Scrive uno scrittore inglese (Bruce Marshall) che "l’intelligenza degli assembramenti è inversamente proporzionale al numero dei partecipanti". Si conosce anche la definizione che è stata data del gruppo:"un gruppo è un insieme di persone dove ciascuna presa a sé stante non può far niente e dove tutte insieme possono decidere che non c’è niente da fare!"
Si attribuisce a Charles De Gaulle questa battuta: "Sapete perché i Dieci Comandamenti sono chiari e sintetici? Perché il Padre eterno non ne ha delegato la stesura a una commissione di studio!"
Queste concezioni negative sono giustificabili quando si riferiscono agli assembramenti che prendono la fisionomia di folla o di massa, ma non quando si parla del gruppo vero e proprio.
La folla è un assembramento non organizzato e casuale, e consiste in un essere vicino di individui che non sono in relazione fra loro, né sul piano affettivo, né su quello intellettuale.
La massa è un assembramento scarsamente organizzato di soggetti legati insieme in una collettività da elementi sentimentali e impulsivi: consiste in "un essere con" proprio di individui coordinati affettivamente e impulsivamente (fanatismo, panico, tifo, ecc. ...)
Il gruppo invece è una formazione sociale altamente organizzata di persone che stanno in una situazione di reciproco rapporto e consiste in un essere l’un per l’altro che lega i componenti in un modo sia affettivo che relazionale.
Massa e gruppo
Da questi concetti si capisce quanto diversa sia la situazione nella massa e nel gruppo:
- nella massa predominano le passioni e gli impulsi, si ha una regressione delle funzioni intellettuali, regna una facile suggestionabilità, c’è un grande bisogno di identificazione e di dipendenza dal capo, prevale l’imitazione, la sottomissione, l’assenza di libertà, l’uniformità...
- nel gruppo invece si esplica la totalità della persona, esiste una reciproca "interazione" tra i membri, si raggiunge una profonda conoscenza dell’individuo, l’unanimità di sentire ammette la diversità come una ricchezza, la personalità si accresce attraverso la reciproca influenza dei membri e la libertà dei singoli viene rafforzata dall’appoggio vicendevole.
Il gruppo, dunque, è molto di più della semplice somma degli individui che lo compongono: sua caratteristica essenziale è che ci sia all’interno dei membri una vera relazione sociale, consistente nel sentirsi in contatto globale con l’insieme degli individui e non con uno per uno. Ciò implica un sentimento di appartenenza al gruppo inteso come entità super-individuale, una specie di "spirito di gruppo", una coesività che fa dire a ciascun membro "noi" (la "weness" = noità).
E’ questo il vero gruppo, in senso psicologico. Mentre quello in cui l’unico legame che unisce i membri è lo scopo comune è il gruppo di tipo sociale (vedi l’équipe di studio o di ricerca). Ebbene: gli studi condotti da Lewin (fin dal 1948) sulla dinamica di gruppo hanno dimostrato che i risultati di una conferenza o di una istruzione individuale sono molto inferiori ai risultati di una discussione di gruppo agli effetti
- sia della comunicazione dei contenuti
- sia del cambiamento di atteggiamento da parte dei partecipanti.
E’ dunque anche un principio di efficienza quello che dovrebbe indurci (per esempio nel nostro lavoro) a preferire alla lezione, alla conferenza o allo stesso colloquio individuale la discussione e il lavoro di gruppo per una più profonda trasmissione di contenuti e, soprattutto, per un più profondo e stabile cambiamento di vita e di atteggiamento.
1. alcuni principi della dinamica di gruppo
Ecco schematicamente alcune osservazioni:
- le forze che danno origine al gruppo sono gli interessi e le esigenze dei singoli (i famosi "centri di interesse", espressione soprattutto dei bisogni psico-sociali e spirituali) ed il gruppo esiste e funziona nella misura in cui viene da ciascuno percepito come atto a soddisfare tali bisogni.
- Sul senso di appartenenza si costruisce una maggiore o minore COESIONE del gruppo, che origina varie forme di partecipazione, di collaborazione e soprattutto di comunicazione.
- La COMUNICAZIONE è il mezzo principale attraverso cui si realizza l’interazione sociale (interdipendenza reciproca) e consiste in un rapporto interumano, che trasmette una conoscenza, un’informazione, uno stato emotivo.
E’ soprattutto attraverso la comunicazione che si giunge alla comprensione reciproca, alla collaborazione, alla coordinazione delle proprie attività, alla sperimentazione del sentimento di appartenenza, alla percezione del proprio status e del proprio ruolo all’interno del gruppo.
Le CONDIZIONI che rendono possibile la comunicazione sono:
- l’atteggiamento del dialogo (non critico-valutativo o di giudizio, ma di comprensione dei motivi che spingono l’altro a parlare in un certo modo).
- l’accettazione e la stima incondizionata dell’altro percepito come diverso, unico, e proprio per questo arricchente il gruppo con il suo apporto personale.
(Se non si realizzano queste due condizioni subentrano nei membri le condotte difensive che negano e deformano i contenuti della comunicazione e la rendono impossibile = "parlare tra sordi").
In questa situazione emerge la FUNZIONE GUIDA (leadership) che viene assunta da qualsiasi membro che sia dagli altri percepito come facilitante il raggiungimento degli scopi del gruppo e il rafforzamento della coesione del gruppo.
Ogni membro del gruppo esercita funzioni di guida per quel tanto che la situazione del gruppo viene modificata dalla sua presenza.
Il tipo di CONDUZIONE DEL GRUPPO che si rivela più valido (K. Lawin 1954) per al crescita umana dei membri (la loro soddisfazione, creatività, autonomia, ecc.) non è quello autoritario, né quello indifferente o libertario, ma quello democratico, in cui la guida è amichevole, rispettosa della persona, tollerante, delinea l’orientamento delle attività e favorisce le discussioni e le decisioni di gruppo.
L’autorità del gruppo è solo la persona: nessuno vi ha altra autorità se non quella del suo valore morale e quella che gli viene dal fatto di essere persona, portatrice nel mondo di un contributo e di un apporto specifico che nessun altro può dare (unicità, irripetibilità di ogni persona).
“Se mi dici una cosa posso dimenticarla.
Se me la mostri anche può darsi che me la ricordi.
Ma se mi coinvolgi non la dimenticherò più.Tagore
Quanto fin qui descritto vale per il gruppo naturale, spontaneo, informale, dove gli individui si percepiscono come persone, le attività mirano a soddisfare le esigenze dei singoli, vi è abbastanza libertà e spontaneità, e la cooperazione si fonda nella stima, nell’accettazione e nella ricerca in comune.
In genere, a questo punto, la spinta naturale di crescita porta il gruppo a darsi gradualmente una certa struttura (autorità, ruoli, norme...) fino a diventare un’associazione formale dove i membri si percepiscono più come adempienti funzioni determinate (che come persone), dove le attività sono soprattutto mezzo per raggiungere certi fini prestabiliti, dove ragione e emozione vanno canalizzate in vista degli obiettivi prefissi, dove la cooperazione dei compiti, dove le norme vengono codificate, i riti resi obbligatori, l’autorità imposta dall’esterno, ecc.. Quando, infine, l’efficienza diviene l’obiettivo principale del gruppo si ha la suddivisione dei compiti sempre più netta, la delimitazione rigida dei ruoli, la vita sociale si riduce al solo lavoro di gruppo (con esclusione di quanto risponde alle esigenze del singolo), il gruppo si fa sempre più produttivo ma i singoli sempre più frustrati, l’aspetto formale prende sempre più il sopravvento e la condotta individuale deve eliminare la spontaneità per uniformarsi alle regole: a questo punto il gruppo è burocratizzato; da un insieme di persone è diventato un insieme di regole e di funzioni.
E’ possibile sfuggire alla logica contraddittoria delle norme e delle strutture che per un verso è necessaria per la vita sociale e per un altro soffoca e depersonalizza?
Unica via d’uscita: la corresponsabilità nel dialogo. Il dialogo non è un pericolo per l’autorità, ma per l’autoritarismo, non per le norme ma per la burocrazia. Non è una vaga disponibilità all’altro, ma si fonda sulla interiorizzazione dei valori propri di ciascuna persona e del gruppo di cui uno fa parte.
Ma a questo punto è bene che tentiamo di adattare questa lettura schematica alla dinamica di gruppo delle nostre esperienze.
2. alcune applicazioni alla nostra situazione
Da quanto abbiamo sopra prospettato, i nostri gruppi dovrebbero nascere dall’istanza di fondo che ci ha portati qui: fare un’esperienza comunitaria di crescita umana e spirituale, migliorando le nostre capacità di animatori.
Non dovrebbero essere soltanto "gruppi di lavoro" (équipe di studio), ma "gruppi di esperienza" che sviluppano nei membri il senso di appartenenza, conducono a una profonda coesione e rendono possibile una vera e autentica comunicazione attraverso il dialogo.
Accetteremo di seguire il metodo dei gruppi di esperienza se saremo in grado di percepire che esso rappresenta il mezzo più efficace per assimilare i valori, per far evolvere e cambiare i nostri atteggiamenti, per divenire migliori.
A questo proposito è bene forse ricordare alcuni risultati della ricerca sociale:
- i comportamenti, gli atteggiamenti, le convinzioni e i valori di una persona dipendono profondamente dal gruppo a cui essa appartiene.
- se una decisione, un orientamento, una linea di condotta... sono il risultato del lavoro di gruppo, forti resistenze si oppongono al loro cambiamento (=maggiore stabilità nelle scelte fatte in gruppo).
- più forte è il senso di appartenenza e la forza di attrazione del gruppo (in quanto percepito come atto a soddisfare le istanze dei singoli) e più è grande la sua influenza nel provocare un cambiamento nei suoi membri.
- se si crea la comune percezione, da parte dei membri, della necessità del cambiamento, questo risulta molto più facile perché la pressione a cambiare ha la sua sorgente all’interno stesso del gruppo.
Questa "comune percezione" (=mentalità, presa di coscienza..) si crea se le informazioni riguardanti il cambiamento giungono a conoscenza di tutte le persone del gruppo (questo richiede che siano ben efficienti i canali della comunicazione nel gruppo).
Quest’ultimo principio ci fa comprendere la funzione insostituibile del DIALOGO e ci richiama le sue esigenze di fondo.
Accenniamo a tre condizioni fondamentali per una autentica comunicazione:
a. l’atteggiamento comprensivo
E’ possibile metterci in "atteggiamento di dialogo"?
E’ possibile stabilire delle relazioni interpersonali autentiche e mature?
La possibilità di stabilire relazioni interpersonali autentiche è strettamente legata alla capacità di ricevere e di dare delle risposte non-valutative, non-critiche.
Risposta non valutativa è quella in cui. Pur esprimendo con libertà e spontaneità il proprio pensare e il proprio sentire, non si formula nemmeno interiormente alcuna valutazione (sia essa negativa o positiva) sulla persona che ci sta dinanzi.
Il mettersi in contatto con un altro ed essere capaci di "riflettergli" una risposta verbale e non verbale, franca e sincera (senza che essa contenga la formulazione di alcun giudizio sulla sua persona) significa comunicare alla persona stessa che la si accetta senza porle condizioni.
L’atteggiamento del dialogo è costituito precisamente da sapere dare e ricevere questo tipo di risposte. Difficilmente si giungerà ad essere se non si torna coraggiosamente al "nolite iudicare" evangelico, abbandonando l’esigenza che gli altri siano come i nostri schemi ci dicono che "dovrebbero essere" e smontando l’irrigidimento che in noi si produce di fronte all’eventualità di dover mutare qualche cosa di noi (se cioè nella relazione sociale non siamo totalmente disponibili ed aperti ad esser contemporaneamente trasformati in seno alla medesima relazione).
E’ questa la radice più profonda di ogni dialogo.
Questo atteggiamento è strettamente dipendente dal grado di "sicurezza di noi stessi" che possediamo e quindi dall’assenza del bisogno compulsivo di difenderci e dalla paura di dover cambiare.
Il concetto che ognuno di noi si è formato di se stesso rappresenta come un filtro attraverso il quale noi percepiamo tutta la realtà, tendiamo a deformare, negare, rifiutare quelle altre esperienze e comportamenti che non sono immediatamente integrabili con tale schema.
Questo modo di comportarci viene denominato "condotta difensiva" ed è la risposta comune di fronte a qualsiasi esperienza che sia percepita dal soggetto come una minaccia per il suo "schema dell’io".
L’opposizione al cambiamento si esprimerà allora con una serie di meccanismi di difesa che rappresentano dei dispositivi di sicurezza per evitare di rendersi conto di aver bisogno di cambiare o per allontanare l’ansia che il cambiamento comporta.
b. l’accettazione e la stima dell’altro
L’atteggiamento di dialogo di cui abbiamo fin qui parlato racchiude in sé necessariamente la comunicazione di un altro contenuto fondamentale: l’accettazione e la stima incondizionata dell’altro.
Quando si è stabilito tra persone umane un dialogo di atteggiamento, cioè quando mutuamente si comunica la stima e l’accettazione, altri infiniti contenuti possono essere liberamente trasmessii e correttamente percepiti, e solo allora verrà accettato l’iter della ricerca collettiva in cui il "vedere, giudicare, progettare" non può prescindere dall’ascolto di tutti, dall’interpellanza di tutti, dalla corresponsabilità di tutti.
Questo iter, apparentemente rallenta il lavoro, prolunga la ricerca, irrita... ma in realtà è l’aspetto formativo fondamentale della dinamica di gruppo, offrendo la possibilità di scoperta del senso di ogni personalità umanamente e teologicamente rivalutata, per questo si chiama ciascuno per nome.
c. la percezione della vera natura dei conflitti
In un gruppo di persone in dialogo ben presto si creano stati di conflitto e di tensione la cui vera natura va chiarita: si pone a livello intellettuale o a livello emotivo?
La manifestazione esterna di essi è generalmente sul piano intellettuale (si presentano cioè come contrasti di idee); non bisogna però lasciarsi ingannare: in genere il vero conflitto è sul piano emotivo.
Si tratta cioè di un conflitto i cui veri termini non sono chiaramente riconosciuti e viene percepito soltanto uno stato d’animo teso (più o meno inconscio) che perturba l’atmosfera di gruppo, le relazioni interpersonali e il lavoro comune.
In un gruppo che discute viene messa in funzione non soltanto la logica o la dialettica, ma vi partecipa tutto il mondo affettivo di membri in un rapporto che rapidamente si infittisce di tensioni e di interazioni. Questi complessi rapporti sollevano in un modo o in un altro una grande quantità di reazioni affettive: frustrazioni che complicano le relazioni, tendenze di dominio e di auto affermazione, meccanismi del super-io, compensazioni transfert, proiezioni e complessi vari... in una parola tutta la parte dolente e alterata del nostro profondo viene a galla per imporre il suo gioco.
Questo complesso mondo può mettere in crisi la vita del gruppo e allora non ci sono che due soluzioni:
- o il gruppo muore, per l’irrigidirsi di certi elementi affettivi e lo scoraggiarsi di alcuni membri delusi nelle loro aspettative (N.B. il gruppo muore anche se non si scioglie; si può stare insieme anche solo per un interesse individuale - non più comune - come l’interesse a giocare può tener unita una squadra, anche se i singoli giocatori non stanno insieme come gruppo);
- oppure il gruppo supera la crisi attraverso il normalizzarsi delle relazioni affettive, il purificarsi dei moti impulsivi, l’accettazione incondizionata di sé e dell’altro come diverso da sé.
Notiamo che il combinarsi e lo scontrarsi delle reazioni affettive è una palestra continua per superare il più grosso scoglio della maturità etica (l’egoismo), e quindi il risveglio e il conflitto emotivo è provvidenziale e profondamente educativo: unico errore sarebbe quello di vuole risolvere sul piano razionale o dei valori (dottrina, legge, ecc...) difficoltà ed intrighi che vanno risolti unicamente sul piano affettivo.
Sarà allora compito di una illuminata conduzione del gruppo chiarire la vera natura dei conflitti, stimolare forme di reazione positiva alla situazione creatasi, fare leva sull’interesse comune ancora vivo sopra le dolorose tensioni psichiche provocate, in genere favorire e far apprendere l’arte del discutere per risolvere insieme la crisi
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