6 . Fattori di buon adattamento degli Operatori socio-sanitari in ambito psichiatrico
Cesare De Monti


Dopo la scelta operata dell’Associazione dei Silenziosi Operai della Croce di privilegiare l’assistenza ai soggetti con disturbi psichiatrici, unificando le attività delle case di Condino e Arco, si è reso necessario un grosso lavoro di riqualificazione del Personale Assistente ed Educativo per l’adeguamento alle esigenze delle nuove realtà operative.

Una settimana di formazione intensiva con un fitto programma di lezioni e di lavoro di gruppo ha preceduto l’inizio della nuova attività; tuttavia si è demandato all’azione continuativa e capillare della "formazione permanente", durante tutto l’anno, il compito di completare la trasformazione professionale degli Operatori.

Accanto all’acquisizione di una specifica competenza di lavoro in ambito psichiatrico per mezzo della discussione in gruppo dei "casi clinici" presentati dai soggetti assistiti non si è voluto trascurare l’allargamento degli orizzonti formativi con spunti teorici e proposte di temi di discussione per migliore adattamento al lavoro.

Tra questi "fattori di buon adattamento" sulle attività socio-sanitarie si sono privilegiati:

1 - la motivazione altruistica;
2 - la componente attitudinale;
3 - la formazione scientifica/professionale permanente;
4 - la resistenza allo "stress da assistenza", con l’evitamento della "sindrome del burn-out" mediante opportune strategie di rafforzamento e di aumento della "vigoria psicologica" necessaria agli Operatori per questo tipo di lavoro.

  1. La motivazione altruistica.

Le scelte motivazionali adeguate sono alla base di ogni situazione professionale appagante e realizzante: ebbene, nel lavoro di assistenza alla sofferenza psichica, una motivazione sostanzialmente altruistica sembra essere una condizione indispensabile. Si potrebbe dire che, pur percependo un legittimo salario, è la spinta volontaristica quella che dovrebbe prevalere in chi sceglie il lavoro nell’ambito psichiatrico, data la particolare tipologia di attività lavorativa. In un’epoca, come la nostra, dove a livello nazionale si assiste a un rigurgito di interessi privati ("la nostra terra" "la nostra gente" "il nostro benessere"), un tempo in cui la parola d’ordine è "ciascuno per sé", lasciando tutti gli altri al proprio destino; in un’epoca in cui i valori prima sbandierati contro l’Est (libertà, dignità, diritti umani) sono decaduti in un egoismo di Stato che autorizza e consacra l’egoismo individuale... fare la scelta di assistere i malati psichici richiede una forte spinta controcorrente.

Il problema che si pone è quello di rispondere a un quesito di fondo: "Che mondo è un mondo in cui ciascuno si dedica solo a se stesso?". E la risposta non può essere che nella linea della solidarietà: quella della nostra tradizione cristiana e quella dei movimenti di sinistra (le "idee" socialiste e marxiste non possono entrare in crisi, come le strutture e le economie): le parole non costano niente e nemmeno il discorso sui valori, sui principi; la decisione effettiva di lavorare per una società più umana e le opzioni operative di stare dalla parte dei più deboli, di dare il proprio tempo a servizio degli ultimi (diventati "ultimissimi" nel contesto attuale)... tutto questo non può essere visto come retorica o propaganda o scelta di moda controcorrente.

Quando poi c’è la crisi economica e la tendenza prevalente è quella del "si salvi chi può", ancora di più l’attenzione va rivolta a chi "non può" perché povero o malato o disabile.

E’ una sfida che s’impone: mettersi dalla parte dei deboli e scongiurare la ricaduta nelle barbarie dell’esclusione, dell’indifferenza, della solitudine, del "marchio della differenza"... Chi liberamente lavora con il malato psichico opera un’alternativa: sceglie l’attenzione alla pena del mondo e opta per una sfida di civiltà.

Quanto più è forte questo tipo di motivazione, tanto più grande sarà la resistenza alla frustrazione - sempre in agguato - del non vedere risultati tangibili, di non arrivare alla "guarigione clinica", di non raggiungere forse mai, per i propri assistiti, un vero reinserimento sociale e professionale. Ma sarà sufficiente e gratificante poter puntare a mete più modeste come accontentarsi di lenire le sofferenze, alleviare il disagio, garantire la convivenza dignitosa in gruppi a dimensione umana, senza più il rischio di tornare alle strutture totalizzanti e segreganti del passato.

  1. - La componente attitudinale (a.b.c.)

Lavorare colla sofferenza psichica non è un’attività qualunque dove con un po’ di buona volontà e di impegno, si riesce a far bene.

Le motivazioni precedenti sono richieste, ma non bastano: ci vogliono alcune disposizioni naturali che, opportunamente coltivate, aumentino abilità, capacità di stare accanto al malato psichico, con un ruolo professionale valido ed efficace.

Per parlare di "attitudine" a lavorare con i malati di mente, accenno a tre componenti che ritengo basilari: comprensione, partecipazione, comunicazione.

  1. La comprensione qui è intesa come atteggiamento rivolto più a capire (con una certa intelligenza e sensibilità) che non a giudicare (ciò che è giusto o sbagliato, vero o falso, corretto o no). E’ l’orientamento a intuire i "perché", le dinamiche che stanno sotto i comportamenti umani. E poiché noi capiamo degli altri solo quanto abbiamo capito di noi stessi, sarebbero importanti un minimo di capacità introspettiva, una "consapevolezza di sé", un certo "senso dell’umano" e delle sue complessità.
  2. La "partecipazione" è una capacità di risonanza emotiva, di empatia (non necessariamente "simpatia") non di identificazione (che ha ancora una componente egocentrica): ma di sperimentare quanto prova l’altro, percepire il vissuto dell’altro "come lo vive lui". Questa componente è alla base della relazione umana significativa, perché ci fa percepire con l’altro, accanto, ... non estranei, non lontani.

E’ alla base anche della "compassione" umana intesa etimologicamente come "patire insieme", prendere parte (=partecipare).

Persone eccessivamente pratiche, rudi, dirette, asciutte o lineari, possono aver difficoltà a immaginare la sofferenza altrui, le risonanze emotive eccessive, la sensibilità esasperata di chi soffre nella psiche.

Potremmo ipotizzare che esperienze umane-limite (come la follia o la fede), necessitano di essere state sperimentate in qualche modo per essere partecipate e capite in termini non meramente astratti o teorici.

  1. La "comunicazione" è un’attitudine duplice, fatta di ascolto e di espressione. Comporta ugualmente l’ascoltare e il parlare, l’accoglienza del messaggio altrui come la risposta e l’espressione attiva del proprio.

E’ ovvio e intuitivo che il rapporto umano richieda questa capacità comunicativa: ma entrambe le componenti del dialogo suppongono una precedente buona identità personale (per non aver troppa paura del nuovo o del cambiamento), una buona sicurezza di base (per non temere troppo la diversità). E un vero interesse per la persona umana (per l’altro come unico e irripetibile, anche se malato).

Comunicare adeguatamente è sinonimo di maturità, questo si sa, non è così frequente e facile; ma resta comunque molto desiderabile per lavorare bene in ambiente psichiatrico.

3. - La formazione professionale permanente

La malattia mentale, dopo tanti studi e tante ricerche, resta un mistero scientifico inesplorato e sempre in evoluzione. E’ una realtà con cui fare i conti ma che sfida continuamente il nostro concetto di bellezza, di utilità, di normalità. Non si è mai finito di approfondire la teoria scientifica, né mai conclusa la ricerca operativa della metodologia migliore d’intervento, delle esperienze condotte nelle varie parti del mondo, dei tentativi fatti e delle prove messe in atto.

La circolazione delle notizie e delle ricerche tra gli addetti ai lavori, ha, in questo campo, un’importanza fondamentale per sentirsi in contatto con quanti condividono la sfida dell’aiuto al malato di mente, pur procedendo spesso "per tentativi ed errori".

L’aggiornamento costante colla letteratura scientifica andrà completato con visite guidate a strutture del settore, con partecipazione a ricerche e a convegni ecc.

L’importante sarà sentirsi in buona posizione con quanti lavorano al meglio nella direzione della riabilitazione psicosociale.

  1. - L’acquisizione di una certa "vigoria psicologica" per resistere allo "stress da assistenza"

Molti studi e libri sono già stati pubblicati sulla "sindrome di burn-out" degli operatori socio-sanitari ed è certo ormai che si può fare molto per aumentare le proprie capacità di resistenza a questo tipo di lavoro.

Bisogna evitare in ogni modo di arrivare alla crisi, al cortocircuito da "overdose" di stress: è come se ci si dovesse equipaggiare (ognuno a modo suo) di un misuratore di livello o di una specie di termostato che segnali, in tempo utile per fermarsi, il rischio della reazione di collasso da sovraccarico emotivo.

A parte quanto si dovrà fare a livello istituzionale per l’organizzazione e la distribuzione della mansioni e dell’orario ecc. ognuno potrà aumentare la propria resistenza allo stress adottando tre atteggiamenti di lavoro che si sono rivelati molto validi a questo scopo:

  1. l’atteggiamento di sfida: viversi ogni eventualità come prova (non come catastrofe) una possibilità di esprimere tutta la propria abilità e creatività nell’affrontare la situazione che si presenta: "accetto la sfida" "mi cimento nella situazione" "cerco la soluzione operativa più valida"...
  2. atteggiamento di impegno: complementare al primo si caratterizza per un investimento fattivo di presenza e di industriosità chiamando a raccolta le energie e le risolse personali per canalizzarle nel compito che la situazione impone. Tutt’altro insomma che la fuga o l’alienazione compensatoria o il senso di impotenza che fa incrociare le braccia.
  3. l’atteggiamento di controllo: si può mantenere una certa calma consapevoli di poter esercitare una sostanziale padronanza su quanto sta avvenendo, capaci di monitorare l’evento in senso positivo per il soggetto e per il gruppo, avendo preventivato ogni tipo di emergenza, consapevoli di poterci contare in ogni momento. E’ una sicurezza di fondo che si acquisisce col tempo che permette di sentirsi in grado di controllare ogni evenienza con efficacia e competenza.

Il discorso della formazione permanente continua. Ma qui a conclusione di queste prime riflessioni, forse un po’ troppo teoriche, ci vorrebbe qualcosa di meno astratto: una poesia, o una musica, o una preghiera. Finisco con un grido. Qualcosa che spieghi tutto meglio, perché un vero grido non è mai oscuro: tutto diventa chiaro quando assume forma di grido.

E’ un testo di Baudelaire (Madamoiselle Bistouri), un testo letterario, apparentemente, ma che appartiene al più puro misticismo universale e che ognuno, che ha avvicinato la sofferenza psichica, potrà sentire come qualcosa di proprio:

"La vita formicola di mostri innocenti, Signore, Dio Mio! Voi il Creatore, voi che avete fatto la legge e la libertà, voi il Sovrano che lascia fare, voi il Giudice che perdona; voi che siete pieno di motivi e di cause... Signore abbiate pietà dei pazzi e delle pazze! Oh Creatore! Possono esistere dei mostri agli occhi di Colui che è il solo a sapere il perché delle loro esistenze, come si son fatti e come avrebbero potuto non farsi?"

Certo noi non siamo efficaci, non guariamo, né risolviamo, lavoriamo ai margini dell’insensato e dell’inutile: portiamo solo briciole e frammenti... Ma possiamo farlo "come fosse il tutto".

 

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